No, l’AI non ha decompilato Photoshop. Ecco cosa è successo davvero
Questo articolo è la traduzione italiana di un pezzo pubblicato originariamente in inglese su Teslalink.
Nell’ultima settimana sui social è circolata una notizia clamorosa: l’intelligenza artificiale avrebbe «decompilato» i programmi di Adobe, ricostruito Photoshop, Premiere e Illustrator, e li avrebbe regalati a tutti. Alcune versioni vanno oltre e, già che ci sono, aggiungono Word, Excel e PowerPoint.
Sotto c’è una storia vera. Ma la notizia, così come viene raccontata, è sbagliata proprio nel dettaglio che conta.
Cosa è successo davvero
Il progetto dietro tutto questo rumore si chiama ArtCraft. Lo sviluppatore Brandon Thomas ha pubblicato una serie di applicazioni desktop gratuite e open source, scritte in Rust, un linguaggio di programmazione moderno, per Mac, Windows e Linux. Sono pensate per risultare familiari a chi usa gli strumenti di Adobe: un editor di immagini, un editor vettoriale, un editor video, un archivio fotografico e altro ancora. Secondo Decrypt, Thomas le ha costruite con l’aiuto di Claude, l’intelligenza artificiale di Anthropic, e ha raccontato di aver cominciato dopo che Adobe gli aveva fatto pagare la penale di disdetta una volta di troppo.
La pagina del progetto elenca 13 applicazioni e dice che sono «rebuilt in pure Rust», cioè ricostruite da zero in Rust. Adobe non viene mai nominata, e non si parla da nessuna parte di aver decompilato qualcosa.
La pagina è anche onesta sullo stato dei lavori. L’editor di immagini, PhotoCraft, è etichettato «early alpha», una versione appena abbozzata. Quasi tutte le altre, compresi l’elaboratore di testi, il foglio di calcolo e l’app per le presentazioni, sono «in development», cioè ancora in sviluppo. Decrypt cita un artista di pixel art che per ora ha definito l’editor simile a Photoshop «completamente inutilizzabile», e riporta che Thomas, che all’inizio prometteva di raggiungere le funzioni di Adobe in un mese, adesso parla di mesi.
Decompilare e ricostruire non sono la stessa cosa
È qui che la versione virale deraglia.
Decompilare significa prendere un programma finito, il codice macchina che il computer esegue davvero, e trasformarlo di nuovo in qualcosa di simile al codice sorgente scritto dai suoi autori. Se decompili Photoshop, lavori sul codice di Adobe.
Quello che descrive ArtCraft è più vicino a una ricostruzione «in camera bianca»: si studia cosa fa un programma, come si comportano i suoi strumenti e cosa offrono i suoi menu, e poi si scrive da zero un programma proprio che si comporta in modo simile. È come assaggiare un piatto al ristorante e poi cucinarne la propria versione a casa, invece di uscire con il ricettario dello chef.
Secondo Decrypt, ArtCraft è stato costruito a partire dalla documentazione pubblica e dall’osservazione di come si comportano i programmi. Non è un cavillo, e non è una novità: negli anni Ottanta Compaq clonò in questo modo il firmware di base del PC IBM, e nacque l’industria dei PC compatibili. Copiare come si comporta qualcosa è una faccenda molto diversa, sul piano legale e su quello tecnico, dal copiarne il codice.
Da dove arriva la storia del «decompilato»
In parte la confusione è comprensibile, perché negli stessi giorni un secondo progetto è finito sui giornali. REA, che sta per Reverse Engineer Anything, è un insieme di strumenti gratuiti che permette agli assistenti di programmazione basati sull’AI di usare software professionali di reverse engineering come Ghidra, uno strumento che la National Security Agency americana ha reso pubblico nel 2019. Decrypt riporta che REA è passato da meno di 10.000 stelle su GitHub il 6 ottobre a più di 100.000 entro il 12 ottobre.
La pagina di REA dice che è pensato per la ricerca lecita, l’istruzione, l’interoperabilità e l’analisi di software che si possiede o che si è autorizzati a esaminare. E secondo Decrypt, ArtCraft non è stato costruito con REA.
Quindi due storie separate, una su un insieme di strumenti di reverse engineering e una su una serie di applicazioni open source, sono state incollate in un unico titolo che nessuna delle due sostiene.
Va detto che l’AI sta davvero rendendo più facile il reverse engineering. Un appassionato ha usato l’AI e un kit di ricompilazione per portare su Windows Fable 2, un gioco per Xbox, e Decrypt riporta che Activision ha fatto rimuovere i video di un Call of Duty decompilato con l’AI. È un cambiamento reale, e vale la pena seguirlo. «L’AI ha decompilato Adobe e ora Photoshop è gratis» non lo è.
Due parole su chi la diffonde
Lo schema ormai è noto. Una notizia esce in inglese. Qualcuno legge il titolo, salta l’articolo, e nel giro di poche ore c’è un video verticale con una faccia sconvolta che annuncia la fine di Adobe, e già che ci siamo anche di Microsoft Office. Nessun link alla fonte. Nessun accenno alla parola «alpha». Nessuna idea della differenza tra decompilare un programma e ricostruirlo.
La maggior parte di questi sedicenti guru della tecnologia non mente apposta. Ha fretta, e sui social arrivare primi paga più che avere ragione. Il prezzo lo paga il pubblico: chi disdice un abbonamento, chi scarica la cosa sbagliata, o chi semplicemente se ne va convinto di qualcosa di falso su come funziona il software.
Il rimedio richiede trenta secondi: aprire il link e leggere oltre il titolo. Se un video non dice da dove viene la sua notizia, la risposta è già quella.
Cosa significa se usi Adobe, o se hai un’azienda
Non disinstallare niente. Le applicazioni di ArtCraft sono gratuite e, se sei curioso, vale la pena dargli un’occhiata, ma per loro stessa ammissione sono software agli inizi, non un sostituto degli strumenti su cui conti per il lavoro pagato.
La storia più grande è quella che i video virali si sono persi. L’AI sta rendendo economico copiare quello che fa un programma, anche senza il suo codice. Questo mette sotto pressione le aziende che fanno pagare caro un software usato soprattutto per i suoi pulsanti familiari, e sposta il loro vero vantaggio su ciò che è più difficile da copiare: la compatibilità dei file, le integrazioni, l’assistenza e anni di rifinitura. A marzo Adobe ha accettato di pagare 150 milioni di dollari per chiudere una causa del Dipartimento di Giustizia americano sulle penali di recesso anticipato nascoste, pur negando di aver commesso illeciti. Non abbiamo trovato dichiarazioni pubbliche dell’azienda su ArtCraft. I suoi clienti, intanto, stanno per avere più alternative. Vere, e con calma, non quelle dei video.
Pubblicato originariamente in inglese su teslalink.it.